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Jodhpur, la città blu dell’India tra poesia e realtà

Una sera di pioggia a Jodhpur

Stavamo per scendere dal treno.

Avevamo percorso 9 ore di viaggio fra le vallate del nord dell'India.

Il paesaggio non era tanto diverso da quello che vedo ogni giorno fuori dalla mia casa in Pianura Padana.

Anche in questa occasione non gli ho prestato molta attenzione.

Sono stata risvegliata dal treno che frenava, le persone in subbuglio.

Piedi che si infilavano annoiati nelle scarpe, ragazzi che ritiravano le coperte penzolanti sul pavimento sudicio, fuori il buio che impediva di vedere il paesaggio.

Sapevo solo che stavo arrivando nella città blu dell'India, quella che avevo vissuto migliaia di altre volte in foto.

Non sapevo cosa aspettarmi, ero stanca, nervosa, avvilita dalle ore di attesa e di viaggio.

Sognavo il letto e invece sono scesa in mezzo ad un diluvio tropicale.

Varcata la porta del treno abbiamo cercato di raggiungere il più velocemente possibile la stazione, per ripararci dalla pioggia battente.

Ad accoglierci nell'anticamera è stato un mare di persone, in ogni condizione fisica e di salute, vestiti o meno, sani o meno.

Ogni essere umano in giro per le strade quella notte, sorpresa dalla pioggia, aveva malauguratamente deciso di cercare rifugio nella stazione.

E anche noi eravamo capitati lì.

Queste maledette stazioni sempre aperte!

Ci siamo fatti largo a spintoni nella folla, cercando di stare attenti per calpestare il minor numero di membra.

Qualsiasi cosa mi toccava durante il passaggio, ma ero troppo stanca per preoccuparmene.

Volevo solo guadagnarmi l'uscita e un'aria meno viziata.

Fuori l'acqua ha cominciato a sferzarmi il viso, a battere sullo zaino e a riempirmi le gambe.

I proprietari dei tuk tuk ci si sono assiepati attorno per chiederci se avevamo bisogno di un passaggio.

Per una volta erano i benvenuti.

Uno ci ha convinto e siamo saliti.

Notoriamente non sono mezzi di trasporto molto puliti, ti lascio immaginare cos'era diventato con l'acqua battente che inondava tutto l'interno.

Abbiamo appoggiato gli zaini cercando di farli toccare il meno possibile sul fondo, ma ormai non aveva più senso.

Ci stavamo addentrando nella famosa città blu dell'India, quella che abbiamo scoperto attraverso gli scatti di altri straordinari fotografi.

Ad un certo punto il panico mi ha soffocata.

Da tempo sognavo di vedere questa città e ora ci stavo entrando di notte, bagnata e stanca morta.

Per gli stretti vicoli allagati c'eravamo solo noi a fare una flebile luce con i nostri fari.

Qualche animale non identificato sgattaiolava dietro le porte al nostro passaggio.

Tutto era tetro e umido.

Il driver ci ha lasciati in una piazzetta dove ci sarebbe dovuto essere il nostro alloggio.

Insieme alla città, anche noi non ci siamo presentati nella nostra forma migliore.

Non ricordo bene cos'è successo dopo.

Forse una frittata e una doccia al volo ci hanno accompagnati tristemente verso il letto.

Siamo crollati esausti, pronti per vedere i colori della città blu dell'India il giorno dopo.

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Quando apri gli occhi in India

La stanza era piccola, il bagno aveva un buco nel soffitto, lungo le scale si sentiva qualcuno che tossiva.

Appena sveglia, nulla mi faceva venire voglia di rimanere nel letto a fissare le pale attaccate al soffitto.

E poi, chi tra coloro che viaggiano vede per molto tempo il letto?

Mi sono alzata e mi sono vestita velocemente, in fondo erano sempre gli stessi vestiti che mi ero messa a turno nelle ultime tre settimane.

Sono uscita da sola e ho cominciato ad esplorare l'edificio.

Ricordavo vagamente che la sera prima qualcuno mi avesse parlato di una terrazza.

È abbastanza plausibile che queste case abbiano la terrazza, considerando che non piove mai.

A parte la sera prima.

Ho imboccato le scale e mi sono ritrovata sul piano più alto.

La vista della città blu dell'India era strana e suggestiva al tempo stesso.

Mi ricordava molto le città del Nord Africa, con le case quadrate di colori delicati.

Solo che qui era tutto azzurro.

O quasi.

In realtà la percentuale delle case blu era molto inferiore rispetto a quello che mi ero immaginata.

Ho girato intorno al muretto, volevo vedere tutto.

Ma soprattutto, volevo cominciare a scorgere nelle case quelle scene di vita quotidiana che solo in questi Paesi puoi sbirciare, in silenzio.

Qui lasciano porte e finestre aperte senza paura, si siedono sulle verande aspettando di fare qualche parola con i passanti.

La vita è lenta, condivisa.

La vita viene vissuta.

Da noi siamo tutti barricati in casa, spranghiamo qualsiasi spiffero che ci colleghi al mondo esterno, usciamo solo se prima ci siamo accordati su WhatsApp.

Questa è la potenza del viaggio.

Vedere, sentire, vivere.

Ci rendiamo veramente conto di come dovrebbero essere i rapporti umani, quelli che in anni di sviluppo economico ed industriale siamo andati man mano smembrando, fino ad averne perso lo stesso ricordo.

Amo l'india anche per questo.

Si vivono situazioni che da noi non torneranno mai più.

Ti ritrovi a chiederti chi si stia comportando nel modo migliore.

Ma una risposta non c'è.

Ognuno ha la sua realtà e, in quel luogo, non può fare altro che accettarla.

Mentre mi perdevo nelle mie riflessioni mattutine, la scena che stavo aspettando è arrivata.

Avevo individuato un angolo molto carino con un porticato costituito da volti lavorati.

La casa era di un blu incredibile, anche se quella mattina il cielo era plumbeo e i colori non brillavano.

Siccome era un cortile interno, qualcuno aveva steso i vestiti ad una corda.

I sari dai mille colori svolazzavano in netto contrasto con il blu penetrante della parete.

Ero lì da un po' in attesa che succedesse qualcosa.

Finalmente la donna è passata.

Aveva un vestito fucsia, neanche a farlo apposta, e stava svolgendo le faccende di casa.

La bellezza dell'India è che in ogni momento puoi vedere una persona passare, sbucare o guardarti.

Ci sono persone ovunque, è un tratto un po' inquietante ma anche meraviglioso.

In India vedi la vita.

Devi solo sederti e, con calma, aspettarla.

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Inghiottiti nel labirinto

Dopo la colazione siamo scesi ed è finalmente iniziato il vero viaggio per le vie della città blu dell'India.

Avevamo visto alcune foto famose, volevamo ritrovare quei luoghi, ma sembrava un'impresa impossibile.

La zona blu, rispetto alla città in generale, è molto contenuta.

Le foto che si vedono dei grandi fotografi sono state fatte in un'area relativamente ristretta.

Ma le città cambiano, le case vengono ritinteggiate e la vita si trasforma, anche in un Paese fermo da migliaia di anni.

Abbiamo cercato i vicoli più stretti, gli angoli meno frequentati, volevamo fare foto e non ci interessava altro.

In realtà c'erano pochissime persone fuori dalle vie principali, anche se gli scorci erano molto belli.

Ma la piaga della città blu dell'India è un'altra, che ormai è dilagata a vista d'occhio.

I motorini.

Il soggetto più ricorrente tra le vie di Jodhpur

Siamo arrivati in questa città convinti di trovare migliaia di persone colorate che giravano per le strade, animali che aspettavano pazientemente agli angoli delle case, bambini che si rincorrevano su e giù dalle scale.

Ma la verità è che le persone non sono stati i soggetti principali che abbiamo trovato a Jodhpur.

Bensì, i motorini.

In modo decisamente poco poetico, una quantità indefinita di motorini erano assiepati in ogni centimetro quadrato a disposizione.

In certi vicoli molto stretti bloccavano addirittura il paesaggio.

Gli scorci belli c'erano, ma non immaginavamo certo un'invasione tale di metallo.

Il nostro intento di fare foto si stava pian piano allontanando dalla realtà.

Abbiamo girato in lungo e in largo tutta la zona della città blu dell'India per cercare le uniche vie dove non riuscivano a passare.

Praticamente nessuna.

Bellissime piazze invase, muri completamente rovinati, confusione per le strade.

Questo è stato il triste ritratto che ci siamo trovati di fronte.

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Dov'erano le persone?

Durante la giornata gli uomini sono al lavoro, le donne sono nelle case a sbrigare le faccende e i bambini sono a scuola.

Per questo motivo capita raramente di incontrare qualcuno.

L'ideale è recarsi per le vie alla mattina presto oppure al crepuscolo, quando le persone vanno e vengono.

Il crepuscolo in questa città è pura magia.

Girovagando per la città blu dell'India si trovano degli angoli in cui la luce penetra dalle fessure delle case per andarsi a posare delicatamente sui muri.

In questi attimi il colore diventa talmente bello che non si riesce a spiegare a parole.

Ti senti disperso in un continente lontano, fra le strade di una città tutta blu con pochissime persone attorno, ma ti senti a casa, ti senti nel momento presente.

Dovremmo essere presenti ad ogni alba e ad ogni tramonto, quello sarebbe assaporare la vita.

Poi in un attimo, come è arrivato, il momento passa e cala una nuova sera.

Come mai proprio l'azzurro?

È stato scelto l'azzurro perchè riflette la luce del sole e così, durante le caldissime estati, le case non si surriscaldano eccessivamente.

Un'altra teoria più fantasiosa sostiene che tenga anche lontane le zanzare.

Ma non ti sappiamo dire quanto fondo di verità ci possa essere.

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Attimi di vita quotidiana per un viaggiatore

Stavamo cercando di orientarci per le vie della città blu dell'India.

Devi sapere che in India ci sono sempre tantissime persone ferme per le strade o sopra ai balconi.

In attesa di cosa non l'abbiamo ancora ben capito.

Ci siamo infilati in una via abbastanza centrale, dove tante donne se la stavano raccontando da una casa all'altra.

Una delle loro porte era aperta e un ragazzo che sembrava molto espansivo ci ha chiesto da dove arrivavamo.

In questi Paesi sembrano loro ad essere molto più incuriositi verso di noi di quanto non sia il contrario.

Parlando del più e del meno si è scoperto che anche a lui piaceva girare il mondo.

Da ogni turista si faceva dare una banconota del Paese natale e le conservava dentro ad un album che mostrava a chiunque.

Aveva anche le lire.

Questo per lui era il concetto di visitare il mondo, ma almeno ci provava.

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È rimasto molto contento quando gli abbiamo regalato una banconota da cinque euro e ci ha invitati a fermarci per il pranzo.

Le case degli abitanti di questi Paesi hanno sempre appesa una scritta con ristorante oppure camere.

In realtà spesso ci si ritrova a mangiare al loro tavolo e nulla ha la parvenza dei nostri ristoranti.

Qui è bello così.

Ti attirano da turista, ma allo stesso tempo vivi l'esperienza da locale.

Siamo saliti sulla terrazza della casa e la madre ci ha preparato uno squisito piatto tipico con naan, chapati e una serie di verdure che non saprei nominare.

Avevamo Jodhpur ai nostri piedi e tanti bambini che ci giocavano attorno, questi sono i momenti che un viaggiatore apprezza.

Entrare nella cultura e lasciarsi trasportare da quello che succede.

Durante il pranzo un'altra ragazza che abitava in casa mi si è avvicinata e, dal suo smartphone, mi ha mostrato le creazioni che faceva con l'henné.

Mi ha chiesto svariate volte se volevo provare e, alla fine, ho dovuto acconsentire.

Siamo scese lungo le ripide scale della casa, in un dedalo di camere in cui avrei fatto fatica a ritrovare l'uscita.

Siamo entrate nella sua camera che era composta da due letti con solo il materasso e un armadio.

Nient'altro.

La brezza entrava gentile dalla finestra, lasciando fuori l'afa.

Eravamo tutti seduti per terra a gambe incrociate.

Non so dire esattamente quanto tempo io sia rimasta in quella stanza, ma sarà stato sempre meno di quello che avrei desiderato.

Regnava la pace.

Mentre lei faceva il suo lavoro io la osservavo curiosa in silenzio.

Forse un tatuaggio con l'henné era un souvenir molto turistico, ma è stato il modo in cui, spontaneamente, siamo entrati a far parte della vita di quella famiglia, anche solo per poche decine di minuti.

In un attimo siamo usciti, ci siamo salutati, gli abbiamo detto che saremmo tornati.

Non so se accadrà mai ma, se dovessimo tornare nella città blu dell'India, la loro casa sarà una tappa obbligata.

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